cinque cose che forse non sai sul pollo

di FornellidItalia
cinque cose che forse non sai sul pollo
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Filiera avicola italiana: cinque cose che forse non sai sul pollo

Scopriamo qualcosa in più sulla filiera  avicola italiana

Nonostante sia un alimento molto amato, sul pollo persistono pregiudizi difficili da sradicare. Tanti dubbi affliggono il consumatore prima dell’acquisto di fronte al banco frigo del supermercato di fiducia. Ecco perché vale la pena leggere il nostro piccolo vademecum per fugare assieme i principali nodi attorno al consumo del pollo.

  • La filiera avicola è 100% made in Italy – Primo tra tutti: da dove viene questo pollo? Niente di più semplice da fugare. Tutto il pollo che consumiamo in Italia è Made in Italy: la filiera avicola italiana, una tradizione d’eccellenza presente su tutto il territorio con oltre 18.500 allevamenti, è infatti completamente autosufficiente (produciamo il 105,5% delle carni di pollo).

 

  • La normativa più rigorosa al mondo sul benessere dell’animale – Dimenticate le leggende dei polli allevati in gabbia: non esistono da più di 60 anni. Negli allevamenti convenzionali polli e tacchini vengono allevati a terra all’interno di capannoni, dotati di sistemi di ventilazione controllata per il ricambio d’aria, nel rispetto delle norme europee e italiane. Queste stabiliscono oltre ai parametri microclimatici, anche una precisa normativa sull’illuminazione, nonché di densità di allevamento tali da garantire i comportamenti naturali dell’animale, come il ruspare su lettiera costituita generalmente da strati di paglia o trucioli di legno. Viene inoltre stabilito un livello minimo di intensità della luce, con almeno 6 ore di buio totale e un periodo ininterrotto di oscurità di almeno 4 ore. Inoltre le carni avicole sono tra i prodotti della zootecnia che impattano meno sull’ambiente, grazie ai numerosi interventi di efficienza energetica che promuovono il contenimento delle emissioni di CO2 con l’utilizzo delle energie rinnovabili, come l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti degli allevamenti e degli stabilimenti, la costruzione di impianti per la produzione di biogas o l’utilizzo di sottoprodotti di lavorazione e di trattamento delle acque reflue.

 

  • Nessun residuo di antibiotico e obbligo di ricetta elettronica – Gli antibiotici, somministrati soltanto in presenza di patologie e sotto responsabilità e controllo veterinario, non vengono mai usati per favorire la crescita degli animali, pratica vietata in Europa dal 2006. Gli eventuali trattamenti farmacologici sono tracciati nel registro dei trattamenti obbligatorio per ogni allevamento, vidimato e periodicamente verificato dall’Autorità sanitaria competente. Ma dall’aprile 2019, grazie all’obbligo di ricetta elettronica, il registro dei trattamenti cartaceo è in via di sostituzione con quello elettronico. Negli allevamenti italiani inoltre viene sempre rispettato il tempo di sospensione, ovvero il tempo necessario affinché il farmaco sia smaltito prima che l’animale possa essere idoneo al consumo. Inoltre la filiera avicola italiana è da tempo impegnata attivamente e con convinzione nel contrasto al fenomeno dell’antibiotico-resistenza. Le raccomandazioni che giungono dall’OMS confortano il buon lavoro che allevatori e aziende stanno portando avanti nel miglioramento degli standard di allevamento, delle biosicurezze, della gestione corretta dei parametri ambientali e dell’applicazione di nuove tecnologie necessarie per ridurre la comparsa di malattie e il ricorso ai trattamenti, che solo in caso di manifesta patologia devono rappresentare l’ultima ratio, non evitabile per ragioni di benessere animale. Qui un approfondimento sulle fake news più famose sulla filiera avicola 100% italiana

 

  • La carne avicola non contiene ormoni – Né gli ormoni né sostanze che stimolano la crescita delle masse muscolari vengono mai usati nel settore avicolo. Innanzitutto il loro uso è illegale, severamente proibito da leggi sia italiane che europee, e non trova alcun riscontro nelle migliaia di controlli che vengono effettuati ogni anno nell’ambito del Piano Nazionale Residui coordinato dal Ministero della Salute; in secondo luogo gli ormoni, in particolare, sarebbero efficaci solo per la crescita dei mammiferi. Non c’è dunque alcun rischio di trovare residui di queste sostanze nel pollo che consumiamo quotidianamente.

 

  • Un’etichetta trasparente per il consumatore – Unaitalia è l’organizzazione titolare del Disciplinare di etichettatura volontaria delle carni di pollame autorizzato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali nel 2005, con numero IT001EA. Oggi, divenuta obbligatoria l’indicazione dell’origine, il disciplinare conserva un suo valore nel rendere disponibili al consumatore una serie di informazioni volontarie attraverso un sistema trasparente, controllato da un ente terzo accreditato, il CSQA, che pianifica una serie di audit definiti in un Piano dei controlli anch’esso approvato dal MiPAAF. Una banca dati centralizzata accoglie tutti quegli elementi (il nome del prodotto, l’elenco degli ingredienti nel caso fossero molteplici, la quantità netta, la data di scadenza, il nome del produttore e il lotto di produzione) che permettono di tracciare in assoluta garanzia le carni che verranno immesse in commercio.



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