L’Area Studi Mediobanca ha recentemente aggiornato la sua indagine sull’industria dell’olio d’oliva in Italia, rivelando un panorama contraddittorio. Nel periodo 2024-25, la produzione mondiale ha raggiunto un record storico di 3,6 milioni di tonnellate, segnando un incremento del 38% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, l’Italia ha visto il proprio contributo alla produzione globale ridursi drasticamente, passando dal 12,7% al 6,3%, con una diminuzione del 31,8% che la esclude dai primi posti tra i produttori mondiali di olio d’oliva.
La spagna in testa alla produzione
La classifica dei produttori è guidata dalla Spagna, che detiene il 36,1% della produzione mondiale, con un aumento del 51%. Seguono la Turchia, che ha visto un incremento del 109,3% portando la sua produzione al 12,6%, e la Tunisia, con un aumento del 54,5% e una quota del 9,5%. Questo calo della produzione italiana ha avuto un impatto diretto sulle quotazioni dell’olio extravergine d’oliva (EVO) nazionale, che si sono mantenute sopra i 9 euro al chilogrammo, mentre i principali concorrenti hanno visto i loro prezzi dimezzarsi. L’EVO spagnolo è sceso da 8,8 euro a 4,1 euro/kg, mentre quello greco è passato da 8,3 euro a 4,2 euro/kg. Anche dopo il calo di novembre 2025, il prezzo dell’EVO italiano (proveniente da Bari) si attesta a 7,58 euro/kg, risultando 1,7 volte più costoso rispetto a quello spagnolo e 2,1 volte rispetto a quello tunisino.
Il commercio internazionale dell’olio d’oliva
Nel panorama del commercio internazionale, l’Italia continua a mantenere una posizione di rilievo. Si colloca al secondo posto per le esportazioni mondiali, con un valore di 2,8 miliardi di euro nel 2024, subito dopo la Spagna che ha raggiunto i 5,1 miliardi, e prima del Portogallo con 1,5 miliardi. Anche per le importazioni, l’Italia si trova al secondo posto, con 2,9 miliardi di euro, preceduta solo dagli Stati Uniti (3 miliardi) e seguita dalla Spagna (1,4 miliardi). Circa la metà delle esportazioni italiane è diretta verso tre mercati principali: Stati Uniti (32,2%), Germania (14%) e Francia (6,8%). L’olio importato proviene principalmente dalla Spagna (56,8%), dalla Grecia (17,5%) e dalla Tunisia (14%). Nonostante ciò, l’Italia presenta una bilancia commerciale strutturalmente in disavanzo, sebbene nel 2024 il divario si sia ridotto a -19 milioni di euro, rispetto ai -331 milioni del 2022. La produzione interna è stimata in 300mila tonnellate per il 2025-26, insufficiente a coprire i consumi nazionali, che ammontano a 470mila tonnellate, costringendo il paese a ricorrere a importazioni superiori alle esportazioni.
La produzione regionale dell’olio d’oliva
A livello nazionale, la Puglia si conferma leader nella produzione, contribuendo con il 45,1% del totale, seguita da Sicilia (10,7%) e Calabria (10,3%). La Puglia si distingue anche per la produzione unitaria per frantoio, con 155,6 tonnellate, ben al di sopra della media nazionale di 59,9 tonnellate. La resa delle olive raggiunge il valore massimo in Calabria (19%), seguita dalla Liguria (17,9%) e dall’Abruzzo (16,7%). Le 42 tipologie Dop e 8 Igp dell’olio italiano rappresentano il 32,3% dei prodotti registrati nel comparto oli e grassi dell’UE, ma il loro impatto sul valore complessivo della produzione è ancora limitato, fermandosi al 2%, con Puglia, Sicilia e Toscana che raccolgono da sole l’86,6% del valore nazionale.
Andamento delle vendite nella grande distribuzione
Nella grande distribuzione organizzata, che rappresenta il 70% dei consumi nazionali di olio d’oliva, le vendite nei dodici mesi terminanti con il terzo trimestre del 2025 hanno mostrato un calo del 7,1% a valore, mentre i volumi sono aumentati del 12,6%. Questo è stato determinato dalla forte elasticità della domanda per l’EVO, il cui volume è cresciuto del 16,3% nonostante un calo del prezzo del 18,1%. Tuttavia, l’EVO a marchio del distributore, che costituisce un quarto della categoria, ha registrato una contrazione sia a valore (-17,4%) che a volume (-6,3%).
Performance finanziarie nel settore dell’olio d’oliva
Dal punto di vista delle performance finanziarie nel decennio 2015-2024, i principali produttori italiani di olio d’oliva hanno visto le vendite crescere a un tasso medio annuo del 7%, superiore a quello del settore alimentare (+4,4%) e quasi doppio rispetto alla manifattura (+3,9%). L’export ha alimentato questa crescita, con un CAGR del 9%, portando la quota estera del fatturato al 35,4%. Tuttavia, il margine EBIT medio del settore rimane il più basso nell’ambito alimentare, attestandosi al 2,6%, rispetto al 7,2% delle bevande e all’8,4% del dolciario. Il rendimento del capitale investito (ROI) si mostra invece migliore rispetto ai settori caseario e conserviero, raggiungendo il 6,6%. Il settore ha investito più di qualsiasi altro comparto alimentare in dotazioni materiali, con un CAGR del 10,1%, sebbene il rapporto investimenti/fatturato sia contenuto all’1,1%, ben al di sotto della media dell’alimentare (3,3%) e della manifattura (3,4%).
