Il settore vitivinicolo italiano sta affrontando una situazione di stallo senza precedenti, con giacenze di vino che non si osservavano da anni. A maggio 2026, l’Osservatorio Uiv ha rivelato che le scorte di vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri, segnando un incremento del 7,3% rispetto a maggio 2025. Questo dato è significativo e rappresenta un’intera vendemmia ferma in cantina, nonostante le vendemmie ridotte avvenute tra il 2023 e il 2025.
Produzione e necessità di decisioni
L’argomento delle giacenze è stato al centro dell’assemblea generale annuale di Unione Italiana Vini (Uiv), che si è svolta a Roma. Il presidente Lamberto Frescobaldi ha sottolineato l’urgenza di prendere decisioni strategiche per riequilibrare la produzione. “Meglio una decisione sbagliata che nessuna decisione”, ha affermato Frescobaldi, evidenziando la gravità della situazione attuale. Ha continuato dicendo che “una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile”. Il presidente ha invitato il settore a fare scelte coraggiose, anche se impopolari, per affrontare l’iperproduzione che sta influenzando negativamente il valore e la redditività lungo tutta la filiera. La viticoltura contribuisce all’1,1% del PIL italiano e gioca un ruolo cruciale nel bilancio commerciale, portando un surplus di 7,2 miliardi di euro e sostenendo la ricchezza dei territori e la salvaguardia del paesaggio.
Scenari di consumo e export
Il contesto di crescita delle giacenze si inserisce in un quadro di domanda debole. I dati relativi al mercato interno indicano un calo dei consumi nella grande distribuzione organizzata (Gdo) del 2% tra gennaio e maggio 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche il mercato internazionale ha mostrato segnali negativi, con l’export di vino nel primo trimestre che ha registrato una flessione del 4% in volume e dell’8,3% in valore. La combinazione di giacenze elevate, consumi stagnanti ed esportazioni in calo complica ulteriormente la vendita del prodotto.
Declassamenti e impatti sul mercato
Le difficoltà del mercato hanno portato a un aumento dei declassamenti di vino, cioè alla riclassificazione in categorie inferiori, come da Docg a Doc, da Doc a Igt o vino comune. Secondo l’Osservatorio Uiv, le cantine stanno spostando le giacenze verso categorie più facilmente vendibili, come il vino comune, per alleggerire le scorte. Questa scelta, sebbene permetta di ridurre le giacenze, contribuisce a una diminuzione del valore medio del prodotto.
Prezzi e conseguenze dei declassamenti
I declassamenti hanno avuto un impatto diretto sui prezzi dello sfuso. Nei primi cinque mesi del 2026, i prezzi sono diminuiti del 6% per i vini DOP, del 7% per gli IGP e del 14,4% per i vini comuni. I vini comuni, che rappresentano il 75% dei declassamenti, hanno registrato il prezzo medio più basso, fissato a 54 centesimi al litro.
Necessità di aggiornamenti normativi
Paolo Castelletti, segretario generale di Uiv, ha evidenziato l’importanza di aggiornare le normative per allineare la produzione alle dinamiche di mercato. Ha dichiarato che attualmente una bottiglia su cinque viene declassata, una pratica che potrebbe innescare un effetto a catena dannoso per il settore. La pressione di un’offerta eccessiva ha già eroso oltre mezzo miliardo di euro di valore potenziale annuale.
Valore potenziale eroso
Le analisi dell’Osservatorio Uiv mostrano che ogni declassamento comporta una significativa riduzione del valore iniziale. Per i vini DOP, la perdita è stimata in 364 milioni di euro, corrispondente al 10% del valore, mentre per gli IGP la decurtazione è di 152 milioni di euro, pari al 14%. In totale, il valore potenziale eroso raggiunge 516 milioni di euro, rappresentando l’11% del valore complessivo del settore.
